Jessica Joelle Alexander: il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità a scuola e in famiglia. Newton Compton editori, 2010.

Il metodo danese per educare i bambini alla felicità

E’ proprio vero che i bambini danesi sono più felici, sereni ed educati e che hanno risultati scolastici eccellenti? E che ciò è dovuto non solo ai redditi pro-capite elevati e al sistema di welfare danese ma a un modello educativo alternativo e consapevole?

In Danimarca l’empatia è materia scolastica. Si chiama Klassens tid, l’esperimento sociale il cui scopo è quello di formare adulti più consapevoli, ma soprattutto felici. Durante questa “Ora di classe” i bambini vengono educati a condividere emozioni e disagi personali, ascoltare gli altri, ricevere consigli e approcciarsi ai problemi in maniera più sana e costruttiva. Ciò avviene mangiando una fetta di torta al cioccolato, preparata con le loro stesse mani [vai alla ricetta]

L’empatia viene insegnata in tutti gli istituti danesi per un’ora a settimana, dai 6 ai 16 anni di età, e si sta rivelando un esperimento sociale di grande impatto, per ridurre i casi di bullismo e far sì che maturi un forte spirito di gruppo.

Nel bestseller internazionale Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità a scuola e in famiglia (Newton Compton editori, 2018), Jessica Joelle Alexander afferma appunto che in Danimarca, uno dei Paesi con i più alti livelli di trivsel (benessere) secondo il World Happiness Report [https://worldhappiness.report/ed/2019/], il sistema educativo preferisce incoraggiare la collaborazione piuttosto che la competizione e che ogni scuola è obbligata per legge a ideare un “piano di benessere” che sia in grado di riconoscere punti di forza e debolezza dei singoli studenti per sostenerli nel loro percorso di apprendimento. E bambini felici diventeranno genitori felici che a loro volta cresceranno bambini felici.

Dopo aver studiato il contesto danese per diciassette anni, la Alexander osserva che “per i danesi, la scuola va ben oltre il programma didattico in sé. E’ un sistema educativo che coinvolge il corpo e le emozioni, la creatività e l’empatia, che mira a promuovere la nostra capacità di entrare in relazione con gli altri. Un sistema che vuol gettare i semi della curiosità e creare le giuste condizioni perché questi semi possano crescere e contribuire alla formazione di esseri umani equilibrati, innovativi e capaci… Lo fa attraverso lezioni di vita sulla fiducia, l’empatia, la sincerità, il coraggio e l’higge”.

Proviamo a capire di cosa si tratta e quali insegnamenti possiamo eventualmente applicare al contesto educativo italiano.

I principi cardine del metodo danese

Con un linguaggio semplice ed immediato, l’analisi della Alexander offre uno spaccato interessante del modello educativo danese identificandone alcuni concetti chiave e fornendo altresì indicazioni e suggerimenti per la loro applicazione.

Fiducia (trust): alimentare la fiducia in sé stessi, offrendo ai bambini tante possibilità di sbagliare e di trovare soluzioni alternative, è fondamentale per la costruzione dell’autostima, dell’integrità e della resilienza. E ciò ha poco a che fare con la sicurezza in se stessi, quando questa è improntata alla dimostrazione di “quanto si vale”. In Danimarca, secondo l’autrice, la differenza tra sicurezza e autostima è netta, tanto che accade spesso che il primo giorno di scuola i presidi incentrino il loro discorso ai genitori proprio su tale distinzione. Nella concezione danese, se l’autostima è la conoscenza e l’esperienza di ciò che siamo, un pilastro, un centro, un nucleo, la sicurezza in se stessi misura ciò di cui siamo capaci, quello che sappiamo fare, i risultati che otteniamo; la sicurezza, in sostanza, sarebbe una qualità esteriore che si manifesta attraverso le nostre abilità, i nostri diplomi e i nostri premi.

Empatia (empathy): l’abilità di “mettersi nei panni dell’altro e di sentire ciò che l’altro sente” migliora le competenze relazionali, favorisce la connessione con i compagni, incoraggia il lavoro di squadra, riduce l’aggressività e la tendenza al bullismo. Su tale colonna portante del sistema educativo danese vale la pena soffermarsi più avanti.

Sincerità (authenticity): essere sempre sinceri con i bambini anche su argomenti “scomodi” o complessi come la morte o il sesso (argomenti previsti nei programmi scolastici), così come sulle emozioni, promuove una maggiore consapevolezza di sé e del proprio corpo e, in definitiva, il benessere. E’ interessante constatare ad esempio che in Danimarca raramente vengono usati nomignoli o vezzeggiativi per definire gli organi sessuali: i bambini fin da piccoli sono abituati ad indicarli con termini quali tissemand (pene) e tissekone (vagina) senza imbarazzi, vergogna o accuse di indecenza. Per quanto riguarda il concetto di morte, si insegna che quest’ultima è un evento del tutto naturale e si incoraggia i bambini ad esprimere le loro emozioni. Nelle scuole esistono addirittura protocolli per affrontare in maniera diretta e strutturata il momento di crisi derivante dalla morte di un familiare, di un conoscente o di qualcuno appartenente all’ambiente scolastico.

Coraggio (courage): insegnare ai bambini ad avere il coraggio di sbagliare, combattendo la tendenza a proteggerli delle delusioni e dalla frustrazione dell’insuccesso, stimola innovazione e creatività nel loro apprendimento. Si tratta di “incontrarli dove sono”, in modo che imparino ad accettare i propri limiti e potenzialità e stare bene con se stessi, invece di pressarli per raggiungere il “top”, la perfezione, i risultati d’eccellenza. Nel sistema scolastico della Danimarca, afferma la Alexander, nessuno è incoraggiato ad essere il più bravo o il primo della classe, perché ciò che viene valorizzato è il lavoro di gruppo e gli studenti migliori sentono fortemente la responsabilità di incoraggiare ed aiutare gli altri. Un avviso spesso riportato nelle aule esemplifica efficacemente tale concezione: “se non conosci una risposta segui questi passaggi. Prima di tutto chiedilo di nuovo a te stesso (forse lo sai ma non ti fidi abbastanza di te), in secondo luogo chiedi a un compagno (ci si aiuta sempre a vicenda) e infine chiedi a un adulto”.

Hygge: letteralmente l’arte di “stare insieme alle persone care in un’atmosfera intima, serena ed accogliente” è un concetto profondo, introiettato fin dalla nascita come valore culturale. Significa stabilire consapevolmente dei momenti in cui stare insieme alla famiglia o agli amici per trovare unione, comunanza, armonia e benessere. L’hygge, spiega l’autrice, è una sorta di spazio psicologico di protezione dallo stress e dalla negatività del mondo; entrare nello hygge è “un po’ come togliersi le scarpe e il cappotto quando si torna a casa”: implica spogliarsi. In questo spazio sono banditi argomenti che sollevano discussioni, polemiche, lamentele o pettegolezzi e ciascuno dà il proprio contributo affinché l’interazione sia leggera ed equilibrata, in un’atmosfera conviviale e serena. Si tratta, in sostanza, di un momento dedicato al “noi” piuttosto che all’“io”. A scuola l’insegnamento dell’hygge avviene soprattutto durante l’Ora di classe, nel tempo in cui, dopo aver discusso eventuali temi da affrontare, gli studenti giocano insieme, mangiano la torta e stanno insieme.

Focus sull’empatia

A scuola i bambini apprendono a leggere e scrivere. Ma perché non imparare anche a leggere le emozioni, proprie e altrui? In Danimarca, per l’appunto, l’empatia è materia scolastica per tutti gli studenti dai 6 ai 16 anni durante l’Ora di classe (Klassens tid), un incontro settimanale finalizzato a discutere insieme, in un’atmosfera calda e accogliente, i problemi eventualmente sorti, mangiando una torta preparata a turno per l’occasione. A volte viene predisposta una scatola in cui gli alunni possono inserire in forma anonima quesiti o argomenti. Se non ci sono problemi particolari da affrontare, l’Ora di classe, che può comunque essere convocata dagli insegnanti in qualsiasi momento, viene trascorsa giocando e semplicemente rilassandosi.

L’idea di fondo è dunque quella che piuttosto che concentrarsi su voti, verifiche e valutazioni, insegnare l’empatia porti grande beneficio al clima scolastico e, al contempo, contribuisca a migliorare il benessere individuale e il rendimento scolastico. E ciò può essere fatto in molti modi diversi: mostrando foto o video di persone in particolari situazioni e chiedendo ai bambini quali tipi di emozione riconoscono nel loro volto e perché, assegnando a gruppi di alunni il compito di trovare soluzioni a specifici problemi oppure attraverso esercizi di role play. Uno strumento semplice e interessante per monitorare la sensazione di benessere è il test del “numero della felicità”. Gli insegnanti chiedono agli alunni di scrivere su un foglietto (anonimo ma con due simboli diversi per distinguere maschi e femmine) quanto si sentono felici in quel momento utilizzando una scala da 1 a 10. I risultati vengono poi riportati su una linea retta tracciata alla lavagna e diventano oggetto di discussione collettiva.

Nella sezione dedicata all’empatia, la Alexander si lancia in una serie di consigli e suggerimenti rivolti a genitori ed educatori per implementare l’empatia, la cui applicazione può tuttavia riguardare molteplici contesti. Eccone alcuni in breve:

  • L’empatia parte da noi. Il punto di partenza è imparare a riconoscere le nostre emozioni e coltivare empatia per noi stessi prima di poterla provare per altre persone. Ciò comporta necessariamente avere consapevolezza di chi siamo e da dove veniamo, e partire da lì.
  • Utilizzare le parole in modo consapevole, riascoltandosi mentalmente per cercare di capire se siamo troppo giudicanti nei nostri confronti e nei confronti degli altri.
  • Essere responsabili della comunicazione e incoraggiare la pari dignità, senza accusare o incolpare gli altri se la comunicazione è di scarsa qualità.
  • Lodare l’empatia dei bambini e valorizzare la gentilezza, soprattutto ponendosi come esempio.
  • Non cercare di trovare per forza soluzioni ma rimanere nelle emozioni e riconoscerle.
  • Imparare a leggere le emozioni, tenendo allenato il muscolo dell’empatia.
  • Puntare all’onestà emotiva, non alla perfezione, riconoscendo i propri errori e dando(si) l’autorizzazione a sbagliare.
  • Cercare persone che abbiano voglia di incrementare l’empatia e sperimentare l’hygge.
  • Introdurre il test del “numero della felicità” e “l’Ora di classe”.

E’ proprio così utopico immaginare un sistema educativo che valorizzi non solo l’apprendimento di contenuti e metodi ma anche le competenze sociali e relazionali degli studenti? Un sistema che veda i genitori desiderosi di chiedere oltre a: “Come va mio figlio in matematica? Se la cava con l’inglese?” anche: “E’ disponibile verso gli altri? E’ gentile? Esprime le sue emozioni? Prova a mettersi nei panni dell’altro? Dimostra empatia?”. L’esperienza danese sembra aver molto da insegnare.

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