Laura Boella “Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia” (Raffaello Cortina Editore, 2006)

La necessità di sentire l’altro

Il tema dell’empatia chiama a un confronto con l’esperienza vissuta, a un approfondimento delle emozioni, delle reazioni corporee, degli atti mentali che intervengono nei rapporti con gli altri. Chiama soprattutto a un passaggio dalla filosofia a una delle realtà più importanti per la vita di ognuno: la scoperta dell’esistenza dell’altro.

Restituire all’empatia la sua specificità di atto che sta alla base delle svariate forme dell’entrare in relazione è un modo per rendere più concreto il vivere insieme agli altri e per rispondere a un bisogno confuso, ma non per questo meno urgente, di quest’epoca.

Questo è il percorso che il libro di Laura Boella “Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia” (Raffaello Cortina Editore, 2006) propone. Secondo l’autrice, l’empatia, che è stata spesso erroneamente confusa con la simpatia, la compassione, l’identificazione, è l’atto attraverso cui ci rendiamo conto che un altro, un’altra, è soggetto di esperienza come lo siamo noi: vive sentimenti ed emozioni, compie atti volitivi e cognitivi.

Capire quel che sente, vuole e pensa l’altro è elemento essenziale della convivenza umana nei suoi aspetti sociali, politici e morali. È la prova che la condizione umana è una condizione di pluralità: non l’Uomo, ma uomini e donne abitano la Terra.

L’empatia è un immergersi nelle cose, un sentire se stessi, proiettare e travasare i propri sentimenti e stati d’animo in ciò che ci sta davanti. Si tratta di un duplice movimento: il soggetto empatizzante va verso, presso o dentro una cosa o una persona; in questo modo, si ha un superamento della distanza, un ritrovare se stessi in quella cosa o persona, diventando tutt’uno con essa.

Numerosi aspetti della “liquida” società contemporanea – si pensi alla convivenza multietnica e alla modificazione dei rapporti di genere – mettono in primo piano la necessità di riattivare una sfera complessiva di esperienza, quella del sentire l’altro, nelle sue molteplici possibilità di creazione e di invenzione di sentimenti autentici.

Conoscere l’empatia

Insidiata da drastici rifiuti e condanne a “pseudoproblema”, da banalizzazioni, usi impropri e abusi, l’empatia ha avuto una strana storia, anche nei periodi di maggior fortuna. Enigmatica e ambigua, la parola empatia sembra sempre suggerire qualcosa di troppo, sbilanciata tra la sua equivoca immediatezza e gli atti mentali corrispondenti.

Dopo aver offerto un’accurata disamina dei contributi teorici più rilevanti sul tema, l’autrice si sofferma sul pensiero di Edith Stein e, in particolare, sulle intuizioni contenute nello studio giovanile “Il problema dell’empatia” (1917), facendone il suo punto di partenza. Edith Stein definisce l’essenza dell’atto empatico come un “rendersi conto” (gewahren) del sentire altrui, che si realizza propriamente nell’incontro tra soggetti; tale “rendersi conto” è l’osservare, il primo percepire, l’accorgersi di qualcosa che, “affiorando d’un colpo davanti a me, mi si contrappone come oggetto (come le sofferenze che leggo sul viso dell’altro)”. Ciò suggerisce che l’empatia richiama una dimensione dell’esperienza che si gioca sul confine tra interiorità ed esteriorità, tra ciò che accade dentro e fuori di noi, tra sensibilità e spiritualità.

Come chiarisce Laura Boella, l’empatia non si traduce nel provare lo stesso dolore o la stessa gioia, non consiste nel “sapere” cosa sente l’altro, non vuol dire gioire, soffrire insieme e nemmeno avere un’esatta nozione delle ragioni e delle cause del sentire altrui. Empatia vuol dire allargare la propria esperienza, renderla capace di accogliere il dolore, la gioia altrui, mantenendo la distinzione tra me e l’altro, l’altra. Onorando il debito all’intuizione di Edith Stein, per l’autrice empatia è innanzitutto – quindi – un “rendersi conto”. E l’emozione e lo stupore dell’incontro con l’altro, la scoperta della sua esistenza, comportano, in tutta la loro prorompente complessità, l’incontro con il corpo dell’altro.

L’immaginazione riveste in tale processo un ruolo fondamentale. Diversamente dal lavoro di presentificazione della memoria, l’immaginare implica una mediazione indiretta, paragonata ad un processo di trapianto di qualcosa di sé, di traduzione da una lingua all’altra di un testo poetico o letterario, di trasferimento delle esperienze. Nell’immaginazione, secondo l’autrice, “si apre uno spazio in cui l’io, muovendosi con una libertà che assomiglia a quella della fantasia, svincolata dall’obbligo della conferma nel reale, scopre che c’è altro e diventa capace di ospitarlo e di accoglierlo”.

Gli strumenti di cui si serve l’immaginazione sono molteplici: la fine ricettività di quanto ci circonda, la capacità di scorgere analogie, di bilanciare e cogliere rapporti, misure, proporzioni e sproporzioni; strumenti che attingono a un fondo di sé fluido, che è già contatto con ciò che lo oltrepassa.

Praticare l’empatia

Il compimento del vivere in tutti i suoi aspetti – pratico e teorico, quotidiano, spirituale – ci viene dato dall’empatia. Nell’empatia si produce un salto oltre ciò che possiamo vedere e sperimentare nel raggio d’azione della nostra coscienza che non annulla affatto il nostro io ma al contrario lo amplia e lo potenzia. L’empatia non può essere considerata solo un’avventura intellettuale e nemmeno esclusivamente un dispositivo di comprensione della mente altrui da attivarsi in situazioni di reciprocità; essa è piuttosto una scelta che possiamo compiere o meno, un’assunzione di responsabilità verso l’altro, un atto che si può sviluppare e affinare e che richiede un’elaborazione.

Dopo aver chiarito i presupposti teoretici ed etici della sua concezione di empatia, nella seconda parte del libro, l’autrice rinvia alla necessità di una pratica dell’empatia, intesa come “costante esercizio, che si muove attraverso errori, tentativi e correzioni di rotta, finalizzato allo sviluppo di una competenza nell’entrare in relazione, senza invadere lo spazio vitale dell’altro e senza lasciarsi schiacciare dalle sue esigenze”.

“Praticare l’empatia” significa far accadere l’empatia in quanto capacità umana di sentire, di istaurare un contatto, uno scambio e, di conseguenza, di “gestire attivamente la relazione” con l’altro, il che implica necessariamente il “viversi come persone per riconoscere negli altri la qualità di persone”. Da qui l’illustrazione di un percorso di “esercizi di empatia”, che parte innanzitutto dall’esigenza di un esercizio di familiarità con se stessi e con il proprio corpo, per poi “rendersi conto”, grazie all’immaginazione, dell’altro.

La pratica dell’empatia, enfatizza tuttavia l’autrice, può essere soggetta a fallimenti nel momento in cui un atto empatico non riesce a compiersi, rimane superficiale o incontra ostacoli insormontabili. A riguardo, l’autrice distingue due tipi di fallimenti: “le illusioni dell’empatia” e “l’empatia negativa”. La prima si attiva nel momento in cui la propria percezione porta ad attribuire all’altro sentimenti che non prova tanto da non riuscire “a sentirlo”. Che cosa “vedo” in realtà quando vedo una persona triste? Non si tratta però di un errore congetturale o di uno scacco conoscitivo, ma di una resistenza all’accoglimento dell’altro che è sempre possibile superare rafforzando la pratica dell’empatia medesima, ossia non lasciando che la percezione dell’altro rimanga per così dire impalpabile, priva di effetti, non vissuta fino in fondo.

Nel caso “dell’empatia negativa”, invece, si cade nel dissidio col sentire altrui. Qui emergono due elementi fondamentali dell’atto empatico, ovvero il non essere vincolato a giudizi di valore sul sentire altrui e la permanente distinzione tra esperienze di soggetti diversi; l’empatia infatti comporta la volontà di comprendere l’altro, avvalendosi del tratto decisivo della distanza, senza identificazione o espressione di un giudizio di valore.

Dove trovare il libro:

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